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Il Portale F.A.C.I.

Rivista L'Amico del Clero
Matrimoni e divorzi a Roma all’apogeo dell’Impero

Nella Roma del I sec. d. C., mentre si acuisce il problema della instabilità delle unioni matrimoniali, si sviluppa una decisa reazione alla libertà dei costumi, che doveva coinvolgere tutta la società romana, ad opera dei rappresentanti del tardo stoicismo. In particolare, Gaio Musonio Rufo, illustre caposcuola di un circolo letterario-filosofico di impronta neostoica, maestro di Epitteto, lontanissimo dall’indifferentismo sessuale e dalla dottrina della comunanza  delle donne, peculiare del primo stoicismo, con il recupero di valori legati al mos maiorum, si fece portavoce di un’austera morale sessuale e coniugale, con precetti sorprendentemente simili a quelli che possiamo ritrovare anche nella tradizione cristiana.

La labilità dei matrimoni - A Roma il matrimonio non era stato mai indissolubile, anche nei tempi più antichi. Nei primi secoli della repubblica il ripudio della donna da parte dell’uomo era  un diritto connesso al potere di cui egli era investito. Nell’età arcaica infatti a Roma vigeva la patria potestas: l’autorità assoluta del padre sui figli e l’autorità assoluta del marito sulla donna, data in suo potere, in manu, come se fosse una delle sue figlie. La donna durante la vita era soggetta alla tutela dell’uomo, prima del padre, poi del marito. Fino al III sec. a. C. la forma prevalente di matrimonio era quella cum manu, in cui la donna passava con la dote sotto la completa autorità del marito. In linea teorica, il matrimonio costituiva il vertice dei valori affettivi e il fondamento della stabilità sociale, la monogamia però sussisteva più di nome che di fatto, infedeltà, adulteri e divorzi erano molto frequenti.

Nei confronti dei figli, il paterfamilias aveva il diritto di vita e di morte, secondo quanto previsto dalle Leggi delle Dodici Tavole. Aveva la facoltà – abolita solo nel 374 d. C. sotto l’influenza del Cristianesimo – di esporre i neonati, in particolare i figli illegittimi e le figlie, nelle pubbliche discariche. Alla fine della repubblica le cose sono in parte cambiate, una volta accettati i figli al momento della nascita, il paterfamilias non ha più la facoltà di privarsene, l’uccisione di un figlio viene equiparata ad un delitto capitale; la patria potestas si attenua sempre di più e i padri rinunciano a dirigere i loro figli.

Fino al III sec. a. C. la facoltà di ricorrere al divorzio era riservata agli uomini, presupponeva  una colpa della moglie e doveva essere decretato da un consiglio di famiglia del marito; nei secoli successivi divenne facilissimo liberarsi della propria moglie per qualsiasi pretesto, come testimonia il poeta satirico Giovenale (Sat. VI vv. 144-147).

In età tardo-repubblicana però venne meno la totale subordinazione della sposa al potere del marito con l’affermarsi dei matrimoni sine manu, in cui la donna non passava sotto la tutela del marito, ma  conservava la titolarità del suo patrimonio dotale. Con i matrimoni sine manu, anche le donne acquisirono di fatto la possibilità di annullare a loro piacimento le unioni concluse, per passare a nuove nozze. Intanto i giovani di buona famiglia tendevano a differire sempre più il legame matrimoniale, quasi fosse una fastidiosa necessità, un ostacolo alla piena realizzazione di sé.

Alla fine dell’età repubblicana, i divorzi, per consenso di entrambi i coniugi o per volontà di uno solo, erano divenuti frequentissimi, almeno nell’aristocrazia. Silla, ormai vecchio, aveva sposato in quinte nozze una giovane divorziata; Pompeo aveva divorziato due volte; Cesare ripudiò Pompea, per il semplice motivo che sulla moglie di Cesare non doveva cadere neppure il sospetto di infedeltà. Cicerone, quasi sessantenne, trovandosi in difficoltà finanziarie, divorziò da Terenzia, madre dei suoi figli, dopo trent’anni di matrimonio, per sposare la giovanissima e ricchissima Publilia, orfana, di cui era tutore, ripudiandola dopo pochi mesi (cf. Carcopino J., La vita quotidiana a Roma, pp. 114-115, Laterza 1978).

La cosiddetta Laudatio Turiae, un’iscrizione funebre del 5 a. C., contenente l’elogio di un marito sulla tomba della sposa, delineando il ritratto della matrona tradizionale, rispettosa dei valori del  mos maiorum, testimonia la frequenza dei divorzi nella società al tempo di Augusto: “Sono rari i matrimoni che durano tanto da finire con la morte e non essere infranti dal divorzio; noi abbiamo avuto in sorte che il nostro sia durato quarantuno anni”. Tutti gli imperatori della dinastia Giulio Claudia, perfino Augusto, divorziarono una o più volte. Dalla testimonianza della poesia di Catullo e dei poeti elegiaci traspare una libertà di costumi che doveva coinvolgere tutta la società romana.

In questo quadro di inconsistenza delle unioni matrimoniali sopravvenne l’opera di restaurazione morale voluta da Augusto, che promosse tre provvedimenti a favore della famiglia. Con la sua Lex Iulia de maritandis ordinibus, mirando a frenare la denatalità nelle classi elevate, stabilì l’obbligo di sposarsi per gli uomini tra i venticinque e i sessant’anni, per le donne tra i venti e i cinquanta, compresi i vedovi e i divorziati; con la successiva Lex Papia Poppaea nuptialis subordinava l’esercizio dei diritti civili al possesso dello ius trium liberorum. Augusto non si propose di impedire i divorzi, si limitò a regolarizzarne la procedura. Confermò che la volontà di uno solo degli sposi era sufficiente per attuare il divorzio, purché espressa in presenza di sette testimoni e notificata per mezzo di una dichiarazione, il libellus repudii, consegnata  di solito da un liberto della casa. Permise alla donna ripudiata di rivendicare la sua dote, i suoi beni, concedendo in tal modo la possibilità di un nuovo matrimonio. Con la Lex Iulia de adulteriis coercendis, consentendo a qualsiasi cittadino di denunciare un’adultera, cercò di porre un freno all’immoralità dilagante, senza peraltro riuscirci, trovandosi costretto ad applicare la pena prevista, la relegatio in insulam, anche alla figlia Giulia e alla nipote. La frequenza degli adultèri non diminuì; alla fine del I sec. d. C. la Lex Iulia era quasi dimenticata e Domiziano dovette rinnovarne le disposizioni.

Sempre più spesso ormai le donne prendono l’iniziativa del divorzio. Riferisce Seneca: “Nessuna donna aveva da arrossire per rompere il matrimonio, dato che le matrone più illustri avevano preso l’abitudine di contare i loro anni, non dal nome dei consoli, ma da quello dei mariti” (Sen. De benef., III, 16, 2). A sua volta Marziale riferisce il caso di Telesilla, la quale, trenta giorni dopo che Domiziano aveva rimesso in vigore le disposizioni della Lex Iulia, aveva sposato il suo decimo marito (VI, 7). Giovenale ci segnala il caso di una donna che si era sposata otto volte nello spazio di cinque anni (Sat. VI, 225-228). Il sovvertimento dei valori morali e familiari era ormai parte di un processo inarrestabile, che raggiunse il suo culmine in età imperiale. Per farsi un’idea della licenza sessuale di quest’epoca basta leggere il Satyricon di Petronio, gli Epigrammi di Marziale e la Satire di Giovenale, particolarmente la sesta, che presenta una serie di memorabili ritratti di donne dissolute.

La restaurazione morale promossa dal tardo stoicismo - In un panorama di estrema labilità dei matrimoni, si sviluppa a Roma al tempo dei Flavi l’insegnamento del filosofo stoico Musonio Rufo, maestro di Epitteto. Lontanissimo dall’indifferentismo sessuale e dalla dottrina della comunanza  delle donne, peculiare del primo stoicismo, ispirandosi a valori legati al mos maiorum, in particolare della castitas e della fides, Musonio propone un’austera morale sessuale e coniugale, con precetti molto simili a quelli che ritroveremo nella tradizione cristiana. Tre princìpi caratterizzano la sua rigorosa etica sessuale, secondo il filosofo francese Michel Foucault: “Un principio ‘monopolistico’: nessun rapporto sessuale al di fuori del matrimonio. Un’esigenza di ‘disedonizzazione’: i rapporti sessuali tra coniugi non devono rientrare in un’economia del piacere. Una finalizzazione procreatrice: l’accoppiamento deve avere come obiettivo la nascita della prole” (Foucault M., La cura di sé, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 183-185).

Proclama Musonio nella diatriba ‘Dei piaceri venerei’: “Ma quelli che non sono effeminati o perversi devono stimare leciti solo quei piaceri venerei che si hanno nel matrimonio e si compiono per la procreazione della prole…quelli invece che mirano al semplice godimento sono illeciti e illegali, anche se si compiono tra coniugi. Degli altri accoppiamenti, quelli con adulterio sono i più contrari alla legge; ma non sono più tollerabili quelli di maschi con maschi…e a parte l’adulterio, tutte le relazioni con donne, se manca loro l’esser conformi alla legge sono anch’esse vergognose…giacché non si può osare di accostarsi neppure a una cortigiana, né a una donna libera fuori dal matrimonio, né, per Zeus, alla propria ancella” (Hense O., Le Diatribe XII 64, Lipsia 1905). Per comprendere la novità di questa posizione, giova ricordare un fatto fondamentale: a Roma i rapporti sessuali con schiave, libertine o prostitute non erano considerati riprovevoli (cf. Orazio, Satire, I, 2).

Commentando la tendenza del tardo stoicismo a localizzare la legittimità delle attività sessuali nell’ambito esclusivo del matrimonio, osserva Foucault: “Nella pastorale cristiana, il principio di un’assoluta fedeltà coniugale costituirà un dovere incondizionato per chiunque si preoccupi della propria salvezza. In questa morale ispirata dallo stoicismo, invece, è per soddisfare le particolari esigenze del rapporto con se stessi, per non offendere ciò che si è per natura e per essenza, per fare onore a se stessi come individui razionali, che è opportuno fare, dei piaceri sessuali, un uso interno al matrimonio e conforme alle sue finalità”(Foucault M., op. cit. pp. 183 – 185).  

Da parte nostra, vogliamo richiamare le due grandi finalità della morale coniugale proposta da Musonio, che si ispira a esigenze naturali e razionali: 1) il matrimonio deve essere piena comunanza di vita; 2) occorre allevare tutti i figli che nascono.

Afferma il filosofo stoico: “Vita comune e comune generazione della prole sono il punto capitale del matrimonio. Infatti lo sposo e la sposa a questo fine debbono unirsi tra di loro, per vivere insieme e procreare insieme, e considerare comuni tutte le loro cose e niente come proprietà privata d’uno di essi, neppure il proprio corpo” (Le Diatribe XIII A, 67,5). Leggendo queste parole, viene alla mente quanto è scritto nella Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo, risalente al 55-56 d. C.: “La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito, allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor 7, 4).

Aggiunge  Musonio: “Ma nel matrimonio bisogna ci sia assolutamente comunanza di vita e che il marito e la moglie si prendano cura a vicenda l’uno dell’altro e quando sono in salute e quando sono malati e in ogni occasione, perché ognuno di loro si è accinto al matrimonio con questo desiderio, come pure con quello di avere figli. Dove dunque questa cura è perfetta e perfettamente se la prestano i coniugi, gareggiando per superarsi a vicenda, quello è un matrimonio come si deve e invidiabile, è bella infatti questa comunanza” (Le Diatribe, XIII A  68,5). Musonio sottolinea la bellezza della concordia tra i coniugi, motivo risalente fino ad Omero. È facile osservare che quest’ideale di fedeltà nella buona e nella cattiva sorte è presente anche nel matrimonio canonico, nella formula della manifestazione del consenso, dove però la promessa di essere fedele sempre “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”  è preceduta dalle fondamentali parole “Con la grazia di Cristo”.

Quanto alla questione “Se bisogna allevare tutti i figli generati” (cf. Le Diatribe XV A – XV B), il filosofo stoico reagisce alla pratica dell’esposizione dei neonati, molto diffusa nel modo antico soprattuto per motivi economici, quando la famiglia non aveva i mezzi per allevare tutti i figli che nascevano. Musonio sottolinea la bellezza e la ricchezza rappresentata da una prole numerosa, rispondendo ad un ipotetico interlocutore: “Ma, per Zeus, dice, io sono un pover’uomo e senza mezzi e ho tanti figli: come potrei nutrirli tutti? ... E come nutrono i loro picoli gli uccelletti, che sono senza mezzi più di te, le rondini, gli usignoli, le allodole, i merli?” (XV A 79). Colpisce nella dimostrazione del filosofo il paragone degli uccelli, come esempio di estrema povertà e di fiducia nel domani, conformemente al provvidenzialismo stoico; un paragone pressoché simile è presente nel Vangelo, dove Gesù esorta gli uomini a non preoccuparsi troppo del cibo e dei vestiti di cui hanno bisogno, ad avere fede nella provvidenza divina, dicendo “Ma voi avete un  Padre che sa ciò di cui avete bisogno” (Lc 12-31).

Nella seconda metà del II sec. d. C. sale al trono imperiale Marco Aurelio, ultimo rappresentante del tardo stoicismo. Dai suoi Pensieri si ricava l’impressione che la licenza sessuale d’età imperiale si stia ormai attenuando. L’imperatore filosofo ci offre infatti un elogio della castità. Loda il padre adottivo, Antonino Pio, per “aver posto fine alla pederastia”. Quanto alla sua persona, Marco Aurelio ringrazia gli dei: “per non essere stato allevato troppo tempo in casa della concubina del nonno”, con una implicita riprovazione del concubinato; per “aver custodito – come dice - la mia giovinezza a lungo senza farmi uomo prima del tempo, anzi, divenendolo piuttosto tardi…per non aver mai toccato né una Benedetta né un Teodoto”, con allusione al contatto con prostitute e/o  pederasti (Innocenti P., La saggezza stoica, Le Monnier 1982, pp. 188-192).

Qualcuno potrebbe pensare che la nostalgia di quelle virtù che, secondo il mos maiorum, adornavano le donne romane delle epoche più antiche si ritrovi solo nel pensiero dei rappresentanti del tardo stoicismo. Tuttavia l’insoddisfazione per il decadimento e la corruzione della vita cittadina doveva essere abbastanza diffusa a Roma, come si evince dalla lettura di alcuni noti capitoli della Germania di Tacito, coeva. Lo storico, illustre rappresentante del ceto aristocratico, manifesta apertamente la sua ammirazione per l’integrità morale dei Germani nei confronti del vincolo matrimoniale, condannando, anche se in modo implicito, la corruzione dilagante a Roma. Tacito loda la pudicizia, la fedeltà delle donne germaniche (paucissima in tam numerosa gente adulteria), la rigida monogamia (sic unum accipiunt maritum quo modo unum corpus unamque vitam); anche a Roma le donne univirae, che in vita avevano avuto un solo marito, erano particolarmente apprezzate. Riferendo poi che presso quella popolazione barbara la limitazione delle nascite (numerum liberorum finire) e l’abbandono dei neonati (quemquam ex adgnatis necare) è considerato una cosa vergognosa ‘flagitium’ - comportamento consono alla legislazione di Augusto in materia di famiglia e di politica demografica – lo storico conclude: ‘plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges’ (cf. Germ. capp. 18-19), lasciando comprendere chiaramente l’inefficacia pratica delle leggi giulie.

                                                                                                                      Dott. Luca Paoletti